I "LETTI DEI SANTI"
La realizzazione di maestose
costruzioni religiose per celebrare gli dei è un concetto del tutto assente
nella concezione celtica in cui la divinità era adorata cercando un contatto
con offerte votive, per avvicinarsi il più possibile al grembo della Terra,
vista come Grande Madre. O si innalzavano al cielo menhir, dolmen e cromlech.
Il bosco, era per i Celti, il posto più vicino alla divinità, dove spesso
venivano costruiti dei recinti che rappresentavano il punto più sacro del
luogo.
I Menhir (men
pietra, hir luogo) sono pietre singole conficcate nel terreno infisse
verticalmente, sono opere generalmente realizzate nel Neolitico, e che fanno
parte del mondo spirituale celtico, in quanto erano associati a riti
propiziatori e di guarigione, in particolare al concetto di fertilità.
I Dolmen (dol tavola
men pietra) costruzione formata da una tavola di pietra posta
orizzontalemente su pietre verticali. Gli studiosi li associano alle pratiche rituali
che si collegano al culto dei morti. Durante il Medioevo ne furono abbattuti
parecchi perché considerate costruzioni pagane e quindi legati a culti
sacrileghi. In Italia se ne possono vedere alcune in Puglia e in Valle d’Aosta.
I Cromlech (termine gallese
per indicare i circoli di pietra) é associato sia alla religione , sia all’
osservazione degli eventi stagionali e astrali. Il Dio poteva far ascoltare la
sua voce comunicando anche attraverso i fenomeni che si potevano osservare
scrutando il cielo e l’alternarsi delle stagioni.
Nella regione Marche,
abitata nell’antichità dai Galli Senoni, possiamo trovare alcune pietre
lavorate che vengono associate alla presenza dei Celti. vediamo quali. Il primo
elemento che analizzeremo prende il nome di “Letti dei Santi”. Questi letti non
sono altro che rocce lavorate dall’uomo in modo da creare vasche più o meno
grandi.
Ve ne sono molte, come il
letto di San Marino, nella Repubblica omonima, quello di San Leo, quello di San
Silvestro a Sant’Agata Feltria, quello di San Marco a Montecopiolo, quello di
Torricella a Novafeltria, quello di San Paolo a Maiolo, insomma si trovano in
tutto il Montefeltro.
Questi manufatti sono
spesso accompagnati da leggende e da racconti di guarigioni miracolose. Gli
studiosi pensano che fossero usati per riti propiziatori ed eventualmente per
sacrifici di animali dalle cui viscere , o dal percorso del sangue sgorgato,
venivano fatti premonizioni e vaticini fausti o nefasti.
Per quanto riguarda il
letto di San Leo la sua costruzione viene attribuita agli Umbri o ai Celti che
hanno abitato queste zone.
La tradizione vuole che il
nome antico di San Leo fosse “Monte Feretrio” da cui deriverebbe poi il termine
Montefeltro che designa tutta la zona, e che sia dovuto al tempio di Giove
Feretrio (Fulminatore): Il tempio era eretto dove oggi sorge il Duomo e qui il
console romano Marcello appese le armi del vinto re dei Galli Senoni
Viridomaro nel 220 a .C.
Nel montefeltro troviamo la
città di Pennabilli il cui nome è formato dal termine Penna e il vocabolo
Billi, che anticamente erano due castelli differenti e poco distanti. Il
significato del termine penna è tipicamente celtico in quanto indica un’altura,
un monte e deriverebbe dal Dio Pen dio delle cime dei monti. Anche Billi
avrebbe un’origine celtica. Ricorda il dio Belenos il dio luminoso, associato
al sole e all’estate con i suoi riti di purificazione. Nella frazione di San
Lorenzo sarebbe stato trovato un tempio dedicato a non ben identificato dio Bel
che si riteneva etrusco, a cui si sacrificavano vite umane con il fuoco per
riti propiziatori. Questo ricorda molto da vicino le antiche usanze dei celti
più che degli etruchi. I romani trasformarono questo tempio in quello di
Vulcano, dio del fuoco: e oggi la chiesa di san Lorenzo martire ucciso con il
fuoco ha sostituito l’antico culto purificatorio.
Un dio Bel è presente nel panteon Caldeo e Babilonese, ma
è quasi certo che il Dio a cui è dedicato il tempio fosse Belenos quel dio che
si festeggiava a Beltame (1° maggio) detta “fuoco di Bel”, “Dio della luce”.
Durante questa festa venivano accesi dei fuochi, si piantavano alberi e si
regalavano uova come simbolo di rinascita.
Ma continuando a trattare
di rocce miracolose e legate a fatti straordinari, non si può non parlare di
Filottrano, località vicino ad Ancona e notoriamente terra abitata dai celti,
in quanto la necropoli qui ritrovata ha arricchito di tesori ed oggetti
particolari il museo archeologico delle Marche. Qui vi si trova la chiesa della
Madonna di Tornazzano, il cui nome deriverebbe dalla frase “torna sano” quindi
guarito da qualche malattia.
Si tratta di una piccola chiesa ristrutturata nel 1350
dove viene venerata un’immagine di una Madonna dipinta su pietra che fu al
centro di diversi fatti miracolosi. La chiesa fu visitata da San Francesco, San
Benvenuto e San Rocco.
Nella chiesa vi è
conservata una grossa pietra su cui il malato dovrebbe sedersi per avere poi il
dono della guarigione e sarebbe particolarmente indicato per la fertilità
femminile. La pietra presenta evidenti lavorazioni umane che le hanno dato una
forma circolare, come una colonna o comunque una costruzione di forma fallica.
Tale pietra potrebbe essere un antico menir trovato nella zona e che in
seguito, come spesso accade, è stato cristianizzato, in questo caso avrebbe
fatto da sedile per ben due volte a San Rocco che come abbiamo precedentemente
detto era passato da queste parti, e rimasto un oggetto miracoloso, ma
cristiano.
Sempre riguardo a rocce
misteriose e legate a culti dei celti vi è l’interessante “uovo di Sarnano”. Ci
spostiamo nella cittadina di Sarnano in provincia di Macerata, luogo molto
vicino ai monti Sibillini con le leggende della regina Sibilla e le sue
streghe, che ricordano antiche storie irlandesi e celtiche.
Il suddedetto uovo è oggi ubicato
di fronte alla chiesa di Santa Maria in Piazza, al centro del paese, è di
calcare bianco e alto circa un metro e mezzo, e sulla sommità è presente una
cavità. Fu trovato una decina di anni fa semicoperto nel letto del fiume Terro
in una località chiamata Campodimonte. Secondo l’associazione la cerqua sacra,
l’uovo avrebbe avuto per i Celti una funzione di osservatorio astronomico. In
pratica quando una stella particolare si “affacciava” specchiata nell’acqua
contenuta nella vaschetta, si dava al via feste, lavori agricoli e quant’altro
c’era da fare. Una simile costruzione vi sarebbe anche presso Terni, ed è stata
attribuita da alcuni studiosi ai celti giunti in Italia.
Passiamo ora ad affrontare
un argomento tipicamente celtico, ovvero lo studio delle cosiddette “coppelle”.
Queste sono delle buche effettuate singolarmente o a gruppi su rocce emergenti
dal terreno. Sul loro significato ancora si discute. C’è chi pensa fossero
legate a culti di fertilità, chi invece li associa a movimenti astrologici e staginali
che venivano qui indicati come fosse una mappa del cielo. Ma esiste
un’ulteriore ipotesi riguardante l’uso a scopo confinatorio delle coppelle. In
un tempo in cui le popolazioni non sapevano ne leggere ne scrivere, un segno
indicatore posto su una pietra dava al luogo anche una certa sacralità alla
zona cosicchè colui che avrebbe osato rovinarla o tentato di rimuoverla e
spostarla a suo vantaggio, sarebbe incappato in gravi maledizioni da parte di
qualche divinità. Le coppelle in Italia sono particolarmente presenti e
numerose in Valcamonica dove spesso sono state cristianizzate con croci e altri
simboli. Anche nella regione Marche sono presenti delle coppelle. Andando nel
paese di Esanatoglia, che nel nome già contiene il nome del dio celtico Esus,
si prende la strada che conduce all’Eremo di San Cataldo, splendida costruzione
solitaria sulla vetta del monte Consegno poco distante alle sorgenti del fiume
Esino. Il termine Corsegno deriverebbe dalla parola romana Corfinium cioè
confine o più semplicemente con il segno.
A circa 50 metri prima di arrivare
all’eremo sulla destra si trova un masso con delle piccole cavità, o coppelle,
che secondo la tradizione darebbero le impronte delle dita di San Cataldo che
avrebbe fermato il masso prima che cadesse sulla cittadina di Esanatoglia.
Anche qui si può avvalersi della teoria che manufatti di popoli considerati
pagani vengano inglobati nella cultura popolare contadina e considerati oggetti
che rappresentino fatti miracolosi di santi cristiani. Ma qui è quasi evidente
che queste coppelle potrebbero avere un significato. Queste coppelle indicano
un segno, un confine fra due popolazioni diverse e tutto ciò è avvalorato anche
dal fatto che lo stesso nome del monte in cui è presente è denominato Confine,
che questo masso rappresenti il segno tangibile della famosa frase di Polibio e
Tito Livio: Esino, finis Italie? San Cataldo é il santo protettore della città
di Taranto. Qui giunse dopo un lungo pellegrinaggio in Terra Santa nel VI-VII
sec. d.C. Il fatto fosse nativo della celtica Irlanda sarà solo una
coincidenza?
pietra
con le coppelle
CURIOSITA’
1) - Curiosità La dibattuta
origine del Nome di Arcevia
2) - Tombe celtiche con
oggetti misteriosi a Fiolottrano e Moscano di Fabriano
Arcevia (paesino
dell’entroterra anconetano) fu fondata dai Galli Senoni che abitavano anche a
Montefortino, Civitalba e Trivio di Avacelli.
Varie e contraddittorie
sono le ipotesi sull’etimologia del nome Arcevia.
Il primo nome che compare
sulle fonti storiche è quello di Acerra.
Figura nelle donazioni di Pipino il Breve, regnante francese nonché
padre di Carlo Magno, a Papa Stefano II del 774 con il nome “Acerra l’oppidum”.
Acerra era il nome che
veniva dato al braciere usato dai romani per i sacrifici agli dei.
Altri possibili significati
possono essere Acer da acero, pianta presente nella zona, Acer-via ossia strada
aspra, difficile da percorrere.
Arcis-via luogo
fortificato.
Ma essendo il villaggio un
oppidum e quindi di chiare origini celtiche, anche il nome Acerra potrebbe essere
collegato a questo popolo.
Gli Insubri, popolo celtico
e mitico fondatore della citta di Milano, fondarono un’altra città all’epoca
molto importante, che portava il nome di Acerrae. Questo luogo è individuato
presso l’odierna Pizzichettone.
Che per i Celti questo nome
avesse un preciso significato?
Le tombe non sono numerose
nella regione Marche, ma talvolta superano per ricchezza e varietà d’arredi le
più principesche di oltralpe. Tra queste è da ricordare la tomba numero 2 di
Santa Paolina di Filottrano, oltre a monili d’oro, utensili e coppe d’argento,
anfore, spiedi e uno specchio vi è la presenza curiosa di un contenitore di
strumenti da palestra con uno strigile che indicava l’addozione delle pratiche
elleniche per l’igene fisica. Quest’ultimo serviva a togliere il sudore e
l’olio di oliva dell’attleta dopo la gara e prima del bagno. Lo strigile è però
un oggetto presente in Grecia solo negli arredi funerari maschili, ma qui si
trova in una tomba femminile.
A Moscano di Fabriano vi sono
molte tombe di guerrieri con spade, elmi di bronzo e alcune con ceramiche e
recipienti bronzei. Ma il guerriero
della sepoltura numero 2 del IV secolo a.C. indossa un diadema tubolare
d’argento, molto simile allo strofion greco. Questa era una corona riservata
solamente agli eroi e ai re di Sparta. Recentemente è stata recuperata una
molto simile nella presunta tomba di Filippo di Macedonia. Sicuramente il
proprietario di questa tomba deve essere stato un personaggio importante e
chissà quali avventure avrà affrontato.
Sito sui letti dei santi e
coppelle www.voli.bs.it/crall/letture/01-let.html
Tradizioni popolari e
istoriazioni rupestri:una prospettiva etno-“archeologica” di Cominelli, Lentini
e Merlin
Sito dell’Associazione Cerqua
Sacra.
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