Tautagrammi : SOUVENIR
Senigallia, stupendo scenarioSole, spiagg...: SOUVENIR Senigallia, stupendo scenario Sole, spiaggia, storia secolare. Senoni selvaggi si stanziarono sulle sue sponde. S...
Viaggio insolito nelle Marche tra curiosità misteri leggende ed enigmi
sabato 19 dicembre 2015
martedì 14 aprile 2015
Gli anelli del mistero
Nelle tombe femminili del Piceno Meridionale sono stati
ritrovati dei misteriosi anelli bronzei con dei nodi che variano di numero di 4
o 6 o 8 di circa 10 – 20 cm. di diametro, che venivano posti di solito sul
grembo delle defunta. Varie sono le ipotesi ma nessuna soddisfacente. L’oggetto
e stato considerato una grossa fibbia per un cinturone, un grosso ciondolo da
appendere al collo, il battente del portone di casa, un attrezzo ginnico oppure
un arma di difesa femminile, un trofeo sportivo, una moneta di scambio o un
oggetto simbolico del culto della Dea Cupra.
La Dea Cupra, secondo Strabone, era una divinità etrusca
simile alla dea Giunone romana.
Secondo gli studiosi moderni,invece, la Dea Cupra era la
Grande Madre degli antichi piceni sul tipo di quelle venerate nel bacino del
Mediterraneo con diversi nomi. Divinità legata alla fecondità e castità, deve
il suo nome, secondo gli studiosi moderni, dall’Isola di Cipro la stessa che
diede i natali alla greca Afrodite che poi fu chiamata dai romani Venere detta
“Ciprigna”.
Il culto della Dea Cupra proseguì anche in età romana e
diede il nome a due località marchigiane Cupramarittima sul mare Adriatico in
provincia di Ascoli Piceno e Cupramontana sui colli di Jesi.
Chi erano i Piceni? L’origine di questo popolo a dato
vita a diverse teorie:
Chi dice che siano popolazioni balcaniche giunte
dall’Adriatico nei secoli XI e X a.C. altri sostengono cheil loro nome derivi
da pix che significa ambra trovata in gran numero nelle tombe picene, ma la
teoria più accreditata è quella che fa derivare la nascita della gente
picena dal termine Picentes ossia
“giovani del picchio”, cioè da un gruppo di Sabini che arrivarono in queste
terre dalla sud dell’Abruzzo a seguito di una primavera sacra.
La leggenda vuole che coloro che erano nati negli anni in
cui si era verificata una grave
carestia, venivano consacrati alla protezione di un dio, che da giovani
li avrebbe guidati alla conquista di nuove terre. In primavera partivano e
andavano incontro al loro destino. Arrivati nei territori marchigiani un
picchio si fermò sul loro stendardo e da qui capirono di essere arrivati nella
terra in cui stanziarsi e vivere. I Piceni ebbero un fiorente civiltà
specialmente nei secoli VII e VI a.C. e diedero il loro nome ad una regione
comprendente il centro-nord delle Marche e il nord dell’Abruzzo.
I Piceni non diedero vita ad una vera e propria nazione
ma, come succedeva all’epoca, erano un popolo formato da gruppi tribali con una
stessa cultura ma mancante di una unità linguistica. Non esistono vere proprie
città ma villaggi di capanne di tipo preistorico. Praticavano l’allevamento e l’agricoltura ed
erano abili tessitori, ma non conoscevano l’uso del tornio e quindi non producevano
vasellame. Ebbero intensi rapporti commerciali soprattutto via mare.
Nel VII secolo a.C. si diffusero nella loro società
oggetti di arte orientale ed etrusca che fece fiorire un artigianato locale di
imitazione dei manufatti importati. Ben poco si sa della lingua picena in
quanto sono pochissime le loro iscrizioni ritrovate. Due sono i gruppi
linguistici ad essi attribuiti uno settentrionale che fa capo a Novilara ed uno
meridionale che fa capo a Belmonte che si differenziano anche nell’alfabeto
nonostante che siano entrambe di derivazione etrusca.
Da leggere:
martedì 24 marzo 2015
TELAI E TESSITRICI
In numerose leggende immensi tesori sono celati da
giovani donne o bellissime fate (come la Jana delle leggende Sarde) che tessono
su un telaio d’oro, nascoste in grotte segrete nelle montagne, Talvolta queste
creature eteree escono, ma soltanto di notte quando è buio e solo la luna
rischiara il loro cammino. Ciò ci richiama in mente la Dea Diana, la divinità
legata alla luna, anche identificata con Proserpina, moglie di Plutone, dio
degli Inferi e delle tenebre.
Questi tesori custoditi, potevano essere toccati solo da
un’anima pura e innocente altrimenti tutto sarebbe scomparso e il telaio d’oro
sarebbe diventato di legno,
Tra le parti che compongono il telaio, nell’antichità
grande potere magico veniva attribuito al fuso. Il suo movimento
rotatorio fu considerato affine al destino, per similitudine.
Nel tempio della Dea Necessità, figlia della Dea Fortuna,
nella città di Corinto si racconta vi fosse una statua che rappresentava la Dea
con un fuso, formato da un diamante,
tenuto tra le ginocchia e circondata dalle Parche da un lato e dalle Sirene dall’altro.
Le Parche o Moire, considerate figlie della Dea Necessità, secondo i miti greci erano le tre
Dee che filavano lo stame della vita e lo recidevano al momento della Morte.
Cloto aveva il
compito di filare lo stame della vita; Lachesi svolgevano il fuso; Atropo con
le lucide cesoie recideva lo stame, inesorabilmente.
Le tessitrici, le cui protettrici sono Sant’Agata e
Sant’Anna, non lavorano mai il 1° maggio, festa degli Apostoli Filippo e
Giacomo, e il 3 maggio, giorno che la tradizione ricorda l’invenzione della
Santa Croce.
Si ritiene che se si lavorasse in questi giorni, i Santi
e la Croce farebbero staccare i fili dai pettini. Nei luoghi dove le donne sono
particolarmente supestiziose credono che questo fatto sia dovuto non ai Santi
ma al diavolo che il 1° maggio fa sollevare un forte vento che guasta tutto il
lavoro di tessitura fin li creato.
Il 3 maggio non si lavora in quanto la Croce sarebbe
profanata perché i pezzi dell’arcolaio, fusi, aspi e le altre parti
dell’attrezzatura del telaio durante il lavoro formano una croce.
Il Sicilia il fuso del telaio ha fatto sorgere numerose
superstizioni:
La presenza di un fuso nella stanza di della partoriente
è di malaugurio.
Il fuso è usato contro la iettaturra
Quando la filatura e la tessitura non procedono
speditamente, si deve chiamare il prete per far benedire il telaio.
Quando si rompe il filo e il fuso cade a terra bisogna
recitare una particolare litania contro il malocchio.
In Araldica il
telaio è l’emblema dei lavori femminili e della saggezza.
Le leggende che parlano di fantastici tesori sono
tramandate un po’ ovunque, come pure le
storie di giovani donne destinate a lavorare in caverne segrete ad un telaio
d’oro e magari a guardia di ben più consistenti tesori.
Anche nelle Marche numerose sono le leggende di questo
tipo e di seguito ne sono riportate quattro.
Provincia di Ancona:
Il tesoro del diavolo nascosto ad
Arcevia
Sul Monte Sant’Angelo, il giorno dell’Ascensione, una giovane
e bella ragazza di Arcevia stava facendo una merenda con il suo fidanzato nel bosco di Pescialupa, quando
all’improvviso apparve il diavolo in persona, che abbagliato dalla bellezza e
dalla grazia della giovane, in un attimo la rapì e la trasportò in una caverna
all’interno del monte.
In questa spelonca, ricolma di tesori di proprietà del
diavolo, la ragazza è destinata a
lavorare ad un telaio tutto d’oro.
Chi riuscirà a trovare la giovane, ch non è affatto
invecchiata, ma anzi è ancora più bella, potrà impossessarsi di tutto il tesoro
e magari sposare anche la ragazza, ma da una condizione: che ci si avvicini a
lei con intenzioni e pensieri puri, altrimenti tutto scomparirà nelle viscere
della terra per sempre. Gli abitanti del posto sostengono che questa leggenda
abbia un fondamento. Di notte, sul monte quando tutto tace, pare di sentire il
rumore di un telaio che tesse e il triste pianto di una giovane donna.
Talvolta si ode pure un rumore ritmico di un bastone
sulle rocce: è il fidanzato della ragazza che pur diventato vecchio continua a cercare la sua bella
camminando lungo i sentieri del Monte Sant’Angelo gridando disperatamente il
nome dell’amata.
Provincia di Pesaro
Il telaio del Gigante
Nella zona dell’antica città romana di Suasa e di San Lorenzo
in Campo si racconta di diversi ritrovamenti di scheletri di notevoli
dimensioni e quindi attribuiti a giganti.
A Pergola, si racconta, abitava uno di questi. L’uomo era
benestante con ricchi possedimenti terrieri ed era il proprietario capi di
bestiame.
Nonostante la ricchezza aveva un problema che lo
preoccupava.
Il gigante aveva una figlia in età da marito, ma questa,
pur avendo numerosi pretendenti, non voleva
assolutamente sentir parlare di nozze.
Il padre spazientito, decise comunque di farla maritare
ugualmente e per rendere meno grave la faccenda alla giovane figlia, le regalò
uno splendido telaio tutto d’oro come dono di nozze.
La ragazza però non ne
volle assolutamente sapere e preferì al matrimonio la vita di clausura
di un convento.
Il gigante si arrabbiò a tal punto da prendere il telaio
d’oro e scaraventarlo per sempre nelle viscere del monte San Cristoforo presso
la città di Pergola.
Alcuni giovani temerari hanno provato a cercarlo, tanto
che la montagna è ricca di cunicoli e gallerie, ma senza esito positivo, e
quindi il telaio è ancora là, nascosto, ad aspettare.
Provincia di Macerata
Il telaio della Monaca
Si racconta che Goffredo di Buglione, di ritorno dalla
Terra Santa con i suoi crociati, aveva portato con sé un ricco bottino, tra cui
un bellissimo telaio d’oro appartenuto alla moglie di Ponzio Pilato. Una delle
tuniche eseguite da questo telaio era stata fatta indossare anche a Gesù prima
della crocifissione, Durante il viaggio dalla Terra Santa all’Italia, una forte
tempesta s’imbattè sulla nave che trasportava il bottino, e proprio di fronte
alle coste marchigiane naufragò. Alcuni giorni dopo la sciagura i pescatori del
posto trovarono il relitto della nave e parte dei tesori.
Chiesero quindi consiglio al vescovo di Fermo, che rappresentava
la massima autorità del tempo, che aveva la sua dimora all’Abazia di San
Claudio al Chienti. Il vescovo stabilì di consegnare il telaio ad un’anziana
donna che abitava a Ripalta presso Corridonia (MC), conosciuta da tutti come
“la Monaca”.
L’anziana, discendente diretta di Carlo Magno, accettò il
dono a patto di tessere con esso solo abiti per i più bisognosi. E così fece
per il resto della sua vita. Molti
furfanti cercarono di rubarlo, ma una protezione divina era a guardia del
prezioso oggetto. Quando qualcuno animato da cattive intenzioni si avvicinava
al telaio, si alzava un vento tanto forte da stordire ed allontanare il
malintenzionato.
Quando la monaca sentì sopraggiungere la sua morte,
decise di nascondere il telaio in una grotta vicino alla sua abitazione a
Ripalta per celarlo all’avidità degli uomini. Si dice che di notte si sente il
battito ritmico del telaio che lavora incessantemente e che resterà nascosto
finché non verrà trovato da qualcuno di animo puro e generoso.
Numerosi sono i toponimi del posto fanno riferimento alla
Monaca di Ripalta.
Vi era il Fosso della Monaca, oggi scomparso che
convogliava le acque di tre sorgenti nel fiume Chienti. Una delle tre fonti era
detta Fonte della Monaca.
Il fosso della Monaca aveva scavato nel colle di Ripalta
due o tre grotte.
Una frana le ha fatte scomparire, ma si racconta che una
di queste era l’ingresso che conduceva alla caverna dove era custodito il
telaio d’oro della Monaca.
Provincia di Ascoli Piceno
Santa Polisia
Il patrono di Ascoli è Sant’Emidio, e molte sono le
leggende che lo vedono protagonista.
Nel IV sec. D.C. Sant’Emidio era giunto ad Ascoli per predicare i Vangeli e convertire al
Cristianesimo i pagani. Tra coloro che si convertirono e che seguirono il Santo
vi era Polisia la giovane figlia del pretore romano della città. Quando questi
seppe che la figlia aveva ricevuto il sacramento del battesimo, andò su tutte
le furie.
Polisia, per sfuggire alle ire del padre, si avventurò
sulle pendici del Monte dell’Ascensione insieme all’amica Lusia Glafira.
Le due giovani furono scoperte e dovettero proseguire
lungo i sentieri sconosciuti della montagna.
Ma i loro inseguitori si avvicinavano sempre di più e più
velocemente.
Ad un tratto, proprio quando i pretoriani romani raggiunsero Polisia e la sua amica, il
terreno sotto i piedi delle fanciulle si aprì inspiegabilmente facendole
sparire nelle viscere del Monte prima di essere catturate dai soldati e subire
una sorte violenta.
Da quel giorno Polisia e la sua compagna tessono su un
telaio d’oro, circondate da una chioccia d’oro e dai suoi pulcini, anch’essi
tutti d’oro.
In quel luogo oggi sorge una chiesetta dedicata alla
Madonna, dove si recano numerosi pellegrini alla vigilia della festa
dell’Ascensione.
Ancora oggi i pellegrini che salgono per i sentieri fino
alla chiesetta raccolgono la cosidetta “Erba di Polisia”, propizia all’amore e
se tendono l’orecchio sentono il battito del telaio di Polisia, che è stata
proclamata santa, e il pigolare della chioccia e dei pulcini in sua compagnia.
(Cento leggende marchigiane di
Giuseppe Di Modungo)
martedì 10 marzo 2015
Esino: finis Italiæ
Le cronache
della battaglia del Sentino, combattuta tra le legioni romane e le popolazioni
italiche, tra le quali parteciparono anche i Galli Senoni, è giunta fino a noi
riportata da Polibio, che si rifà a Fabio Pittore, e da Tito Livio, che
riprende le cronache narrate da Valerio Anziate e Claudio Quadrigario.
Essi ci riferiscono di vari scontri tra incursori gallici e Roma, fino al
raggiungimento della pace trentennale che precedette la battaglia del Sentino
nell’agosto del 295 a .C.,
che fu definita “la battaglia delle Nazioni” perché fu proprio sui campi
sentinati che si decise il futuro della stessa potenza romana e la storia
dell’Italia.
Contro i Romani scesero in campo i Galli Senoni e i Boi a piedi, a cavallo e
sui carri da guerra provvisti di terribili falci affilate sulle ruote. Essi
provenivano da Ariminum (Rimini), Pisaurum (Pesaro), Sena Gallica (Senigallia)
Ostra, Suasa, Aesis (Jesi), ultimo baluardo del territorio celtico. Tito Livio
ci racconta che i celti, nella loro discesa in Italia, occuparono i territori a
nord del fiume Esino, appartenuti precedentemente ai Piceni.
Per questo motivo Tito Livio indicava il fiume Esino come “finis Italiae” ossia
il confine naturale tra due distinti territori.
Con i Galli scesero in battaglia: gli Umbri, provenienti dalle zone di
montagna, antico popolo italico che si considerava sopravvissuto alle piogge
del Diluvio Universale e da qui il nome derivante da Imber ossia pioggia; gli
Etruschi, grande civiltà che stava scomparendo di fronte all’aumento della
potenza romana, che ad una ad una, stava conquistando tutte le città dei
Rasenna, come essi stessi usavano chiamarsi.Dal Sannio arrivò il popolo italico
dei Sanniti e proprio un valoroso esponente di queste genti, Gello Egnazio, fu
il comandante della coalizione anti-romana. All’ultimo momento gli Umbri ed
Etruschi, dovettero abbandonare il campo di battaglia per andare a difendere i
loro territori e villaggi lasciati senza difesa. La battaglia del Sentino fu cruenta
e spaventosa, e con difficoltà i romani ebbero la meglio, e da questo episodio
cominciò il declino dei Galli in Italia. In pochi anni i romani fecero propri i
territori e le città che erano state dei Celti. Sena Gallica diventerà la prima
colonia romana sul mare Adriatico tra il 284-288 a .C.
La cronaca della battaglia di Sentino del 295 a .C. è eccellentemente raccontata nel libro
di Valerio Massimo Manfredi e Venceslas Kruta “I Celti in Italia” da pag. 122 e
seguenti. In breve alcuni fatti curiosi e poco noti.
I Romani provocarono i nemici per due giorni, finché il terzo giorno scesero in
battaglia. Mentre le truppe erano schierate, ecco accadere un fatto alquanto
strano: da un bosco vicino apparve di corsa una cerva inseguita da un lupo. La
cerva scappò attraverso i Galli, che non persero tempo ad abbatterla. Invece il
lupo corse verso i Romani, che lo fecero passare incolume. Essendo il lupo
animale sacro a Marte, dio della guerra, i romani interpretarono di buon
augurio il fatto accaduto. La localizzazione precisa in cui fu combattuta la
battaglia di Sentino non è ancora stata trovata con sicurezza.
Secondo la ricostruzione degli studiosi, l’area dello scontro ebbe luogo tra
Civitalba e Sassoferrato, in una zona pianeggiante, che permettesse di poter
svolgere le manovre della cavalleria e dei carri da guerra dei Galli.
Il campo di battaglia, situato a nord del torrente Sentino, sarebbe stato
diviso dal fosso Sanguerone (che forse deve il suo nome al ricordo di una
grossa strage e conseguente quantità di sangue versato in battaglia) che
delimita a est una zona collinare dove si sarebbe svolta la battaglia tra
Sanniti e Romani di Quinto Fabio, e ad ovest la zona pianeggiante che vide
probabilmente lo scontro tra Galli e Decio Mure. Nessun riscontro archeologico
è stato trovato, però, in questa zona. Mentre numerosi scheletri sono venuti
alla luce nella zona detta della “Toveglia” o “del campo della battaglia” che
però sono quasi sicuramente quelli appartenuti ai numerosi duellanti che
solevano nel ‘400, risolvere con la spada le loro rivalità personali.
A Civitalba, invece, località vicino Sassoferrato e quindi all’antica Sentino,
è stato ritrovato un bassorilievo fittile etrusco che rappresenta un gruppo di
guerrieri celti, che dopo aver saccheggiato il tempio di Delfi nel 279 a .C., sono messi in fuga
delle divinità Atene e Artemide. Il fregio è datato II secolo a.C. ed è stato
probabilmente creato per una questione propagandistica, ma è significativo
ritrovalo nel luogo in cui un secolo prima si era concretizzata la minaccia
celtica per i Romani. Oggi è conservato al Museo Archeologico Nazionale delle
Marche ad Ancona. Il suddetto museo è ricco di altri reperti di fattura celtica
o di oggetti ritrovati in tombe celtiche. Tra tutti spicca il corredo funerario
ritrovato a Montefortino d’Arcevia appartenente ad una donna celtica ed in
particolare tre bellissime corone formate da tante foglioline d’oro di
pregevole fattura. Da non perdere!.
Ma il confine naturale del fiume Esino fu veramente il confine dei territori
conquistati dai Galli Senoni e la città di Jesi l’ultimo baluardo di questa
popolazione? In realtà il fiume fu varcato e di parecchio. L’Esino nasce vicino
al paese di Esanatoglia, che deve il suo nome ad Esus, dio celtico, e a Santa
Anatolia, a tutt’oggi protettrice del paese, e sfocia, dopo aver superato la
città di Jesi, vicino a Falconara Marittima, che la leggenda vuole fondata da
un condottiero celtico di nome Falcone. E fin qui tutto in regola. Ma è certa
la presenza della civiltà gallica a Filottrano, al di là dell’Esino, confermata
dai ritrovamenti di necropoli celtiche, che tra l’altro sono anche ricche di
corredi di valore. Un insediamento urbano è venuto alla luce a Cessapalombo e
oggetti di sicura provenienza celtica sono conservati nel museo archeologico di
San Ginesio e nel paese di Pieve Bovigliana.
Queste due località sono poste molto più a sud del fiume-confine. Oltre a
questo nella zona dei Monti Sibillini ci sono toponimi piuttosto interessanti
come ad esempio il paese di Montegallo, il cui nome deriva da quello più antico
di Castello di Santa Maria in Gallo., il paese di Penna San Giovanni, che
contiene il termine penna, in celtico, indicante un’altura o monte. e il monte
Penna nel territorio maceratese, dove sorge l’antico castello di Pitino. In
questa zona vi è riferimento a due animali particolarmente cari alla tradizione
celtica: il cervo, a Fossa Cervara e l’Orso, a Valle Orsara. Nel testo “la Fatacina , o dell’anima
nascosta” di Lando Siliquini, si pone attenzione alla toponomastica di alcuni
paesi esistenti nella zona dei Sibillini, che secondo l’autore ricorda termini
e luoghi legati ai Celti, come Ropaga, Bussonico, Vetice, Piobbico e
Campanotico. Numerosi sono, poi, i riferimenti all’albero sacro ai Druidi, la
quercia, sia in nomi di paesi, sia associati a luoghi di culto a Maria.
Chissà che ricerche più accurate non si arrivi a scoprire che la cultura
celtica raggiunse altri territori che fino ad ora sono stati poco studiati dal
punto di vista archeologico.
In effetti alcuni studiosi stanno cercando di dimostrarci che i celti ebbero
possedimenti molto più estesi di quelli che la scienza ufficiale le assegna. Il
professore Manlio Farinacci, studioso di celtismo e convinto sostenitore della
celticità di alcuni siti archeologici nelle vicinanze di Terni in Umbria,
avrebbe in mano le prove che la città romana di Carsulae, fosse originariamente
celtica. Oppure, come riportato nel libro di Umberto Cordier, “Dizionario
dell’Italia Misteriosa”, il ritrovamento di un oppidum celtico in terra
Toscana, da sempre considerata solo territorio abitato da Etruschi.
Nel 1970 fu scoperta, su una collina nella zona del Chianti, presso San Fedele
a nord di Siena, una costruzione formata da grosse muraglie a secco poste in
modo da creare dei cerchi concentrici che dalla sommità della collina
degradavano lungo i fianchi. Secondo gli scopritori Lengyel e Radan la
struttura presentava evidenti analogie con le costruzioni celtiche in Spagna,
Irlanda ed Inghilterra. Furono anche fatti dei confronti tra questa costruzione
e i cosiddetti “castellari” o “castellieri”, strutture ritenute di origine
italica e tipica del periodo del bronzo e del ferro, e presenti in alcune
regioni italiane tra cui la
Toscana. Ma gli studiosi conclusero che la costruzione
misteriosa di San Fedele fosse più simile ad un oppidum celtico che ad un
castelliere italico e datarono il sito intorno al V sec. a.C. Con Augusto (I
sec a.C.), tra la fine dell’età repubblicana e i primi anni dell’Impero,
l’unificazione politica dell’Italia sarà terminata. Con il concorso di molte
culture si giungerà ad un amalgama e ad un’identità nazionale. Il nome stesso
d’Italia, generato per tradizione in una stretta zona del Mezzogiorno,
indicherà l’intero territorio a partire dal versante padano delle Alpi, e si
comincerà a battere moneta con impressa una legenda comune: Italia. Dell’antico
popolo dei Galli rimarrà il ricordo in una delle undici regioni con cui Augusto
divise il territorio italiano: l’Ager Gallicus, che comprenderà la zona tra la foce
del Rubicone e quella dell’Esino.
BIBLIOGRAFIA
“I Celti in Italia” di V. Kruta e V.M. Manfredi Ed Mondadori 1999 Milano -
“Antiche genti d’Italia” a cura di Guzzo-Moscati-Susini - Sito internet con
Intervista a M. Farinacci su “Carsolae celta” - “Dizionario dell’Italia
Misteriosa” di Umberto Cordier Surago Edizioni 1991 Milano -
dello
stesso Autore: La
Sibilla Appenninica - Folletti
e Fate Marchigiani
FOLLETTI E FATE MARCHIGIANI
Non c’è terra al mondo, tranne forse l’Oriente, che sia piena di storie e personaggi soprannaturali come la verde Irlanda. Avendo abbracciato il Cristianesimo in tempi piuttosto recenti, nel V sec. d.C. per opera di San Patrizio, ha conservato più a lungo la spiritualità pagana e quindi celtica, tramandata nei secoli. Il piccolo popolo, sono chiamati i personaggi che animano il paesaggio irlandese: le fate (dal latino fatum: ciò che è stato detto), gli gnomi, i mostri e le creature benevole, non sono altro che al trasformazione delle antiche divinità animistiche. Le fate in particolar modo, che in irlandese sono chiamate “Denee shee” cioè “popolo fatato”: Queste figure si possono sovrapporre ai Tuatha de Danaa, gli Dei della Terra d’Irlanda pagana che non sono più oggetto di culto, a causa del Cristianesimo, e quindi nell’immaginazione popolare si rimpiccioliscono e vengono resi minuscoli esseri che si nascondono nella notte alla vista degli umani. Il regno fatato si troverebbe in una specie di luogo “parallelo” al nostro in cui si può entrare tramite misteriosi sentieri o grotte che di solito appaiono o scompaiono in particolari notti magiche come ognissanti o i solstizi stagionali. Una caratteristica comune di questi luoghi fatati è lo sviscerato amore per le danze e la musica, con cui coinvolgono gli umani in sfrenate danze. Altra caratteristica di questo mondo fatato è che il tempo scorre in maniera completamente diversa tanto da far perdere la cognizione del tempo allo sventurato visitatore, che potrebbe rimanere imprigionato in questo regno per anni o per l’eternità senza nemmeno accorgersene. Spesso poi queste creature stanno a guardia di immensi tesori, spesso pentole ricolme d’oro. I folletti, sono considerati creature dal carattere dispettoso e giocherellone. In passato si usavano dei mezzi particolari per difendersi dalle loro influenze negative. Acqua benedetta, ghirlande di margherite che rappresentavano il sole, che dissolve il buio della notte, ferri di cavallo, Nella nostre care e vecchie Marche si racconta, nell’entroterra, della presenza di alcuni folletti particolarmente dispettosi a cui piace spaventare la gente battendo dei colpi sulla parete e sui muri per poi fuggire senza lasciare tracce. Prendono il nome di Mazzamorelli, proprio per la loro peculiare e rumorosa caratteristica. Il loro nome riconduce a quello di altri due tipi di folletti conosciuti nell’Italia Settentrionale e più vicini alle tradizioni del Nord Europa: il triestino Mazzarol, folletto benigno e Mazzariol allegro folletto di Pieve di Cadore e zone vicine. Ma il nome mazzamorello ricorda il colore morello ossia il marrone che è il nome toscano di alcuni folletti dispettosi. Chi ci crede, per ringraziarseli, lascia sul tavolo un bicchiere di vino. Devono il loro nome al colore moro degli abiti. Questo fatto dell’abbigliamento, ricorda da vicino quello dei Brownies, folletti inglesi Sono anch’essi vestiti di bruno, da cui il nome, e sono considerati “protettori” della casa dagli scozzesi, che lasciano in un angolo della loro abitazione un bicchiere di latte per le loro necessità. FATE Molti autori hanno parlato della mitica Sibilla e delle bellissime fate dei Monti Sibillini. Nel 1420 Antonie de a Sale nel “Les paradis de Anche l’Ariosto cantò della Sibilla, ma poi queste ottave non furono inserite nel suo “Orlando furioso” Le fate abitano questi luoghi e spesso scendono nei paesi ad insegnare i lavori domestici e a filare alle donne e insegnavano a ballare agli uomini, tanto che questi si vantavano di saper ballare il saltarello marchigiano (ballo tipico marchigiano molto simile agli sfrenati balli irlandesi) più di chiunque altro perchè lo hanno imparato direttamente dalle fate. Le fate amavano talmente il ballo che spesso, di notte, andavano nei paesi di Arquata e Pretare per ballare con i più bei giovanotti. Ma dovevano ritornare prima dello spuntare del sole altrimenti BIBLIOGRAFIA “Dizionario di magia” di Giuseppe Coria, ed. RCS Libri & Grandi Opere 1996 - “100 leggende marchigiane” di Giuseppe di Modugno Ed. villa Maiana 1987 - Rivista AIRONE Ed. Mondadori n° 138 1982 dello stesso autore: Esino: finis italiae - La Sibilla Appenninica |
LA SIBILLA APPENNINICA
Il
monte Sibilla
Nel territorio tra la regione Marche e l’Umbria sui monti Sibillini tra le
province di Ascoli e Macerata, si racconta, da tempo immemorabile, la leggenda
della regina Sibilla (Sibilla appenninica), una profetessa che abita in una grotta
sul monte che da lei prende il nome. Essa e la regina di un mondo sotterraneo,
ma luminosissimo, popolato da belle fanciulle e ricco di suoni e inestimabili
tesori.
Si può rimanere in questo mondo per otto giorni e risalire il nono, oppure
restare per 13 giorni o ancora 330 giorni, ma scaduto questo termine, non si
potrà più andar via e si dovrà vivere per sempre in questo regno. Del resto è
facile perdere la cognizione del tempo vivendo in mezzo a tante delizie. Anche
in questo caso c’è un prezzo da pagare: ogni sabato fino al lunedì successivo
le damigelle e le altre meravigliose creature si trasformano in serpi; tutto
scompare e le caverne diventano buie e gelide.
Tutto ciò sembrerebbe estraneo al mondo dei celti, ma ad un esame più attento
si possono scoprire delle interessanti analogie. Secondo il libro “Dizionario
di magia” scritto da Giuseppe Coria, le Sibille deriverebbero tutte da una
capostipite nordica.
Il suo nome era Vittolfa, ed era una profetessa celtica. In seguito con il
termine di Vittolfe furono indicate tutte coloro che nel mito scandinavo
avevano capacità di chiaroveggenza. Proviamo quindi ad indagare sulla storia e
la nascita delle Sibille nel mondo greco e romano per poi approfondire la
conoscenza della Sibilla appenninica per cercare di trovare qualche nesso con
il mondo celtico. Noi conosciamo la Sibilla, (l’etimologia del nome Sibilla è
sconosciuto, e viene menzionato per la prima volta da Eraclito nel VI sec.
a.C.), dai racconti degli antichi romani e greci, che la descrivono come una
profetessa, che ispirata dalla divinità, dava responsi e vaticini, scritti in
esametri greci, che di solito vertevano su argomenti tristi e gravi.
La differenza tra la Sibilla e la Pizia, figura affine alla prima, era che il
responso di quest’ultima era legato ad un santuario. La Sibilla invece, di
solito concepita come una vergine, anche se talvolta rappresentata in età
decrepita, si manifestava per lo più presso fonti o grotte. Terenzio Varrone ne
elencava 10, ma la più famosa è la Sibilla Cumana. Fu proprio questa a vendere
i tre libri sibillini, dove era scritto il destino di Roma, al re Tarquinio
(Prisco per Varrone, Superbo secondo Plinio) dei nove che gli furono offerti.
I tre libri furono depositati nel Tempio Capitolino, ed erano consultati in
casi di calamità. Andarono distrutti nell’incendio del 84 a.C. Alcuni
identificano nella Sibilla Cumana la figura di Alcina, la Sibilla che abita una
grotta vicino al paese di Montemonaco (AP) La catena montuosa prende da lei il
nome di Sibillini. L’antro, oggi sepolto a causa di un terremoto o per l’opera
dei monaci del vicino monastero di San Eutizio, era molto famoso
nell’antichità, e frequentato da viaggiatori ed avventurosi.
Come già detto, sembra che fosse la Sibilla Cumana ha prendere dimora sul Monte
della Regina nella “grotta delle fate”, e fino a qui giungevano i romani per
avere i suoi vaticini. Con l’avvento del Cristianesimo il luogo assunse un
aspetto demoniaco e la figura delle Sibille si modificò. Durante il Medioevo
con il nome di Sibilla venivano spesso chiamate coloro che praticavano la
stregoneria eppure, nonostante la loro origine pagana, il Cristianesimo non
condannò la figura della Sibilla, ma la fece diventare una profetessa di
Cristo, inserendola spesso anche nell’iconografia cristiana,
rappresentandola con un simbolo della passione e vita di Gesù.
La Sibilla è più vicina ai Profeti e ai Padri della Chiesa e fu una figura
pagana considerata degna di ascolto dalla Chiesa. Ne parla San Paolo (da
Clemente Alessandro, Stromateis), San Teofilo (Theophilo ad Autolico) e
Sant’Agostino (S. Agostineo, De civite Dei). (Per fare un esempio la Sibilla
Eritrea è rappresentata con la spada e la corona di spine sui muri della
Cattedrale di Laon e di Auxerre in Francia, della quale la leggenda diceva che
era la padrona di tutti i templi pagani che la morte e resurrezione del Cristo
fecero crollare). I poteri posseduti dalle Sibille erano attribuiti al dio
Apollo. La leggenda greca narra che Apollo aveva promesso alla Sibilla Cumana
Deifobe, di esaudire qualunque suo desiderio, in cambio del suo amore. Essa
rispose di poter vivere tanti anni quanti erano i granelli di sabbia che poteva
tenere nella sua mano. Si dimenticò però di chiedere anche l’eterna giovinezza,
che Apollo, furbamente, le offrì in cambio della sua verginità. In seguito al
suo rifiuto, la Sibilla Cumana incominciò ad invecchiare e ad rinsecchire fino
ad assomigliare ad una cicala, e fu appesa in una gabbia nel tempio dedicato ad
Apollo a Cuma, in Campania.
A questo punto la Sibilla aveva un solo desiderio, la morte, che, però non fu
soddisfatto. La Sibilla, era quindi legata al dio Apollo, quindi analizziamo la
figura di questo dio chiamato con il nome di Apollo sia dai greci che dai
romani. Apollo era detto Iberboreo.
Gli Iperborei erano i primi sciamani greci che vivevano e provenivano al di là
del vento del Nord.
Nel mito
greco Apollo ha l’appellativo di iperboreo, perchè egli, prima di recarsi al
santuario di Delfi, aveva trascorso un anno nel territorio degli Iperborei, i
quali erano descritti come uomini dalla lunga vita e particolari poteri magici.
Alcuni iperborei svolgevano funzioni particolari anche presso l’oracolo
apollineo di Delfi. Interessante notare come gli iperborei avessero conoscenze
simili a quelle dei Druidi e la loro provenienza al di là del vento del Nord li
colloca in una regione che potrebbe ben corrispondere alle antiche terre di
stanziamento dei Celti nel nord dell’Europa.
Diodoro Siculo (I sec. a.C.) riprende un passo andato perduto di un opera di
Ecateo dedicato alle popolazioni Iperboree, probabilmente datata VI sec. a.C.
Secondo il testo a nord dell’Oceano di fronte al paese dei Celti vi era
un’isola grande quanto la Sicilia dal clima talmente mite da permettere 2
raccolte l’anno. Qui vi era un culto riservato ad Apollo a cui erano dedicati
un recinto sacro e un tempio circolare ricco di offerte. Ad esso era consacrata
un’intera città in cui erano giunti diversi greci da Atene e Delo per onorarlo
lasciando delle iscrizioni in lingua greca a perpetua memoria. Diodoro definì
questo racconto favoloso, ma a qualcuno può venire in mente di paragonare il
tempio circolare di Apollo con Stonehenge o con altri cromlech presenti nelle
isole britanniche.
Apollo, quindi, si può considerare, alla luce dei fatti, un Dio discendente
dalle divinità solari, se non celtica almeno pre-celtica. Nell’età del ferro le
popolazioni autoctone costruirono effettivamente templi a pianta circolare
associandoli alle osservazioni del movimento solare e degli astri. Il fatto che
Ecateo a proposito del culto di Apollo nell’isola faccia cenno ad un ciclo di
19 anni fondato su osservazioni astronomiche, equivalente al “ciclo di Metone”
introdotto nel V sec. a.C. ad Atene per conciliare l’anno lunare con quello
solare, forse non è un caso. Sappiamo che i Celti calcolavano il tempo contando
le notti e non i giorni, ma il calendario di Coligny (nell’Ain) si è rivelato
un sistema di computo lunare, successivamente adattato all’anno solare. Quando
gli dei greco-romani venivano introdotti nel mondo celtico, spesso acquistavano
consorti femminili del luogo.
Apollo
veniva chiamato Grannus come dio del cielo e Borvo come dio della medicina. Le
mogli attribuite all’Apollo “celtico” erano Sirona , in Germania a Hochscheid,
e Damona venerati alle sorgenti di Alesia. Sirona e Damona erano entrambe
ritratte con spighe di grano e con serpenti, simboli di rinascita e di
fecondità. Fino a qui abbiamo quindi ipotizzato una provenienza nordica del Dio
Apollo, e quindi delle profetesse a lui attribuite. Ora analizziamo la figura
della Sibilla appenninica in particolare. La leggenda racconta, che la regina
Sibilla e le altre meravigliose creature si trasformano in paurosi serpenti
ogni fine settimana. Il serpente per i celti ha un simbolismo complesso: il
fatto che cambi la pelle lo rende un simbolo di rinascita e viene associato a
divinità guaritrici, come Sirona (una delle mogli di Apollo). E’ anche
rappresentazione della fertilità ed è legato alle energie delle profondità
terrestri (come il drago). La conoscenza e la padronanza di queste energie da
parte dei Druidi spiega perchè si autodefinissero “i serpenti”. Le stesse
divinità sono strettamente legate al mondo animale e questo concetto si
manifesta in due modi: il primo con la rappresentazione degli Dei sottoforma
semizoomorfa e il secondo, con la metamorfosi, ossia il passaggio dalla forma
umana a quella animale (come succedeva alla Sibilla di trasformarsi in
serpente). la natura terricola dei serpenti, le loro abitudini carnivore e la
loro abilità nell’uccidere evocano un potente simbolismo ctonio.
I serpenti compaiono in numerosi miti irlandesi, e, poichè in Irlanda non ci
sono serpenti, bisogna dedurre che tali racconti siano di grande antichità. Il
tema del serpente che fa la guardia ad un tesoro è diffuso nelle varie
mitologie europee compresa l’Italia, ma è un tema di origine gallese: l’eroe
dell’Ulster Conall Cernach ha un incontro con un grande serpente che fa la
guardia ad un ricco tesoro.
L’ecclesiastico gallese Giraldus Cambrensis scrisse un racconto in cui una
collana d’oro veniva custodita da un serpente in un pozzo del Pembrokeshire. Il
mondo della regina Sibilla ricorda anche la concezione dell’oltretomba celtico:
un mondo molto simile alla terra ma dove non c’è dolore, non c’è malattia, non
c’è vecchiaia, non c’è decadenza. Un mondo pieno di musica, feste e di
bellezza. Ma esiste un’altra concezione dell’oltretomba, nel mondo celtico, che
è in netto contrasto: quello di un posto oscuro e pieno di pericoli ,
specialmente se visitato prima della morte fisica. Le nostre conoscenze del
modo di pensare e di vivere dei Celti bisogna ricercarle nelle cronache dei
commentatori del mondo classico contemporanei ai galli, dai documenti vernacoli
dell’Irlanda e del Galles, e dall’archeologia. L’oltretomba gallese era
chiamato Annwfn, l’oltretomba irlandese era pressoché simile, e la loro
localizzazione era immaginata in isole (Avalon), o sotto il mare o sottoterra.
Ogni dio, poi, poteva avere un regno sotterraneo detto Sidh, in cui dominava.
L’entrata poteva essere in un lago o in una caverna. Questo regno, da non
confondere con l’oltretomba, il cui il termine (sidh) significa “pace” e anche
“collina fatata”, era un mondo parallelo a quello quotidiano, paesaggio
prediletto degli esseri invisibili, il mondo dove si assaporano i piaceri , e
la musica echeggia in ogni dove.
Il mondo della Sibilla è veramente molto simile alla concezione di mondi,
paralleli o di passaggio dopo la morte, dei Celti, da far pensare a vere e
proprie contaminazioni. Le prime testimonianze dell’esistenza di un centro
oracolare sugli Appennini, si hanno ad opera di Svetonio (circa 100 d.C.) nella
sua “Vita di Vitellio” in cui scrive che l’oracolo appenninico fu consultato da
Aulo Vitellio, che morì nel 69 d.C. Lo stesso Svetonio racconta un episodio
riguardante la misteriosa Sibilla appenninica, condannata da Dio nelle
profondità della montagna fino al giudizio universale , per essersi ribellata
dopo aver saputo che non sarebbe stata lei a concepire Cristo, ma una vergine
di origine ebrea. Anche nel III sec. d.C. si hanno delle notizie del centro
oracolare con Trebelio Pollione nella “Vita di Claudio”, inserita nella sua
“Historia Augusta” in cui racconta che l’imperatore Claudio II il Gotico si
rivolse ad un oracolo presso i monti Sibillini per sapere del suo futuro. La
risposta dell’oracolo avveniva con il metodo delle “Sortes Virgilianes”, ossia
con citazioni prese a caso dai testi di Virgilio che poi venivano interpretati.
L’oracolo fu interpellato circa tre anni prima della morte di Claudio avvenuta
per peste nel 271 d. C. (quindi il 268). Non c’è dubbio, quindi, che qui era
presente un centro attivo in cui si prevedeva il fururo già in età romana, ma
forse le sue origni sono precedenti, forse umbra, picena o forse celtica?
Alcuni toponimi che rimandano alla civiltà celtica e alcuni interessanti
ritrovamenti archeologici gallici, ci fanno pensare che questa popolazione
raggiunse anche i territori vicini ai monti Sibillini. (Vi rimando al testo
“Esino finis Italie”) Il metodo di divinazione descritto da Pollione è quello
delle “sortes”: queste erano delle tavolette di legno di quercia, che recavano
incise delle iscrizioni criptiche e senza senso, ma se combinate in modo
causale formavano frasi di senso compiuto. Nell’oracolo appenninico venivano
usate le opere letterarie di Virgilio, che erano considerate di ispirazione
divina.
Forse non è un caso che Virgilio, grande scrittore e noto mago e conoscitore di
materie esoteriche, abbia frequentato questi luoghi ed abbia inciso sul lago di
Pilato (località poco distante dal monte Sibilla) uno dei cerchi esistenti.
Ricordiamo che anche i Druidi scrivevano sul legno per scopi magici e
divinatori, e che l’albero della quercia era venerato da queste tribù. Andrea
da Barberino (vero nome Andrea Mangaboti) scrisse, il “Guerin Meschino”
racconto ambientato nel 824, in cui il protagonista fa visita alla Sibilla per
sapere chi fossero i suoi genitori. Arrivato alla grotta della regina o
delle fate entra in una apertura a forma di scudo rovesciato, all’interno vi è
una camera quadrata con intagliati dei sedili tutt’attorno, segue un cunicolo
dove s’incontra un vento fortissimo, proseguendo il vento cala e si arriva fino
ad un ponte molto stretto che sovrasta un profondo precipizio dove si sente
scorrere un fiume, passata anche questa difficile prova si arriva in un’altra
stanza dove due dragoni dagli occhi luminosi, tanto da rischiarare il locale
come se fosse illuminato dal sole, stanno a guardia del luogo.
Passate senza paura queste due statue si arriva, dopo un altro cunicolo, ad una
stanza quadrangolare, dove ci sono due porte che sbattono incessantemente. Qui
bisogna decidere se entrare o no nel regno della Sibilla. Nel testo di Andrea
da Barberino si racconta che fino a questo punto arrivarono 5 uomini di Montemonaco
e Don Antonio Fumato, parroco di Montemonaco), ma non andarono avanti.
Proseguirono invece due cavalieri tedeschi e nel racconto anche il Guerin
Meschino che incontrò Alcina, così si chiama la Sibilla nel testo, gli rivela
di aver guidato Enea nel suo viaggio nell’Inferno e quindi di essere alquanto
vecchia di età. Antoine de la Sale scrisse “Il Paradiso della Regina Sibilla ”,
e visitò la grotta il 18 maggio 1420, lasciando la sua firma incisa sulle
pareti accanto a quelle dei due cavalieri . Un tale Hans van Bamborg tedesco
del XIV sec. e un’altra firma di incisa 50 anni più tardi di un tale Pacques.
Fu Agnese di Borgogna, sposa del conte di Bourbon, a domandare al sottoposto
Antoine de la Sale di verificare quello che si raccontava sui monti della
Sibilla , riguardo ad un regno della regina rappresentato su un arazzo in suo
possesso.
La Sale menziona, tra i visitatori della grotta, il nome di Thomin de Pons che
dal cognome sembra provenire dall’Aquitania la stessa regione dei Lusignano per
cui fu trascritta la leggenda di Melusina.
(Leggenda popolare raccolta da Raimondo di Arrase è collegata all’origine dei
Lusignano: Melusina da Mére Lusine, è la moglie del conte Raymond de Forst,
figlio del re dei Brettoni, dotata di poteri soprannaturali di veggenza e
eterna giovinezza, dona l’eroico coraggio al marito. Ogni sabato però chiede al
marito di lasciarla da sola, questo perchè essa si trasforma in un serpente,
per altri autori in una sirena. Il marito geloso una sera la spia e vede la sua
trasformazione. Melusina lascerà quindi suo marito dopo che questo ha scoperto
il suo segreto, e ritornerà di tanto in tanto solo come presagio di sventure.
Fu inseguito la protagonista di altri racconti come l’opera di Paracelso, la
leggenda di Poitou, e Goethe.) Nel mito di Melusina si parla della sua
trasformazione in serpente o in sirena. E’ interessante analizzare brevemente
anche questo personaggio mitologico.
Noi le
conosciamo nel mito greco in cui erano dette Nereidi, perchè figlie di Nereus e
delle Oceanine. Erano ricche di fascino e bellezza, ma anticamente erano
rappresentate come ragazze dal corpo di uccello che appollaiate sugli scogli
ammaliavano i naviganti con il loro melodico canto, vivevano per l’eternità e
possedevano poteri profetici.
Solo in seguito, circa VII sec. d.C., cambiarono aspetto, e vengono raffigurate
metàdonne e metà pesce: La figura della sirena è però presente anche nelle
culture antiche nordiche. Sono le Ondine, capaci di leggere il futuro, fare
incantesimi e cantare con voce melodiosa e di bellezza stupefacente. Abitano in
un castello sotto il mare ma bisogna passare attraverso il Maelstrom, un
terribile gorgo nel mare del Nord.
Secondo il mito nordico le anime dei morti affogati in mare vanno a finire in
questo reame comandato dalla regina Ran con le sue 9 figlie. Anche qui si può
notare una similitudine tra le nereidi e le ondine da far pensare ad una antica
contaminazione tra le civiltà classiche e le popolazioni del nord Europa. Sul
monte Vettore, a poca distanza da quello della Sibilla e nella cui sommità vi
si trova il lago di Pilato, vi è la cosiddetta “strada delle fate” o “sentiero
delle fate”, ossia una faglia che crea una linea orizzontale chiamata così
perchè percorsa dalle fate per tornare alle loro dimore dopo una notte di
sfrenati balli nei paesi di Castelluccio, Colfiorito, Arquata e Pretare.
Qui esistono numerosissime leggende che parlano delle fate. Una di esse narra
che gli abitanti del posto si vantano di saper ballare il saltarello
marchigiano più di chiunque altro, perchè lo hanno imparato direttamente dalle
fate. (si rimanda alla testo, “Folletti e fate marchigiani”). C’è chi ha
ipotizzato che la grotta della Sibilla fosse un’antica tomba etrusca scavata
nella roccia e decorata di affreschi con animali mitologici ed altri
personaggi. Per questo motivo chi la visitava raccontava, suggestionato dalle
immagini, di viaggi fantastici in mondi sconosciuti. Che una grotta
esista è confermato da particolari scandagli effettuati dagli alpinisti del
C.A.I. Nel 2000 un gruppo di esperti hanno sondato il luogo scoprendo, nel
sottosuolo, la presenza di un vestibolo crollato , un labirinto formato da
cunicoli che sfociano in una stanza di 20 m. di lunghezza e da 4-10 m. di
larghezza. Questo luogo è considerato uno dei più misteriosi d’Italia (poco
distante si trova il lago di Pilato dove si diceva si davano convegno le
streghe e i negromanti) e questo può essere dovuto proprio ad antiche storie e
fiabe narrate e tramandate da tempo immemorabile che attingono alle antiche tradizioni
di popoli passati, magari appartenenti anche ai Celti e al loro mondo magico e
fatato.
Per gli amanti dell’astrologia si rende noto che nella zona dei monti Sibillini
sono visibili fenomeni luminosi simili alle cosiddette “luci di Hessdalen”. Il
monte Sibilla è misterioso a tal punto che la forma della montagna assume
l’aspetto di una donna.
La corona del Monte Sibilla sul versante orientale guardandola a quota 1900 m.
circa, assume l’aspetto di una donna semicoperta con un copricapo. Proseguendo
verso la cima si nota il fatto curioso che questo unico volto, per effetto
ottico, si divide in tre profili di donna: uno grassottello di una bambina,
quello affilato di una giovane donna e quello che sembra di una vecchia strega.
Sembra l’allegoria della “conoscenza”: la bambina che poco conosce, la donna
più matura e la vecchia che ha raggiunto la conoscenza superiore. Alla luce
delle ricerche effettuate si può concludere che l’antro della Sibilla è ciò che
rimane di un antico culto per la divinazione praticato da sacerdotesse che
davano i loro responsi. Doveva essere un luogo lontano dai villaggi, magico,
dove la gente desiderosa di conoscere il futuro doveva arrivarci dopo un lungo
cammino, diremo oggi, dopo un lungo pellegrinaggio. Nel medioevo la zona era
interessata da strade di comunicazione che univano il Tirreno all’Adriatico,
quali la Francisca e la via Imperiale. In seguito la zona passò ad un
isolamento ed abbandono, ma il ricordo della Sibilla, del suo mondo e delle sue
fate è rimasto nell’immaginario collettivo di una società contadina chiusa e
conservatrice.
Gli scrittori che ne parlarono non fecero altro che rielaborare i racconti
tramandati dagli anziani del posto. Sicuramente l’ipogeo doveva essere
imponente e il culto molto radicato se il suo eco è giunto fino a noi nel terzo
millennio. E ci piace, alla luce dei fatti descritti in questo testo,
immaginare la Sibilla appenninica discendente da quella veggente Vittolfa,
druidessa e profetessa celtica, che ancora incanta quei luoghi con il suo antico
mistero e magico fascino.
BIBLIOGRAFIA
“Celti occidentali” di V. Kruta e W. Forman Ed. istituto geografico de Agostini
1986 - “Dizionario di magia” di Giuseppe Coria, ed. RCS Libri & Grandi
Opere 1996 - “Le terre della Sibilla Appenninica” Ed. Miriamica AA.VV. 1999 -
“Oggi e Domani” di P. Pierpaoli Ed a cura del Corriere Adriatico 1989 - “Miti e
leggende nordiche” di alba Trome Ed. Brancato
sabato 21 febbraio 2015
PIERO e SARA
C’era un paese che nel Medioevo si chiamava
Castel Petroso e su un monte poggiava,
c’era una torre in cima di vedetta
che controllava la sottostante valle stretta.
Qui abitavano felici e innamorati
due giovani paesani da tempo fidanzati.
Lei si chiamava Sara e lui Piero
lei era molto bella e lui ne andava fiero.
Ma la bellezza di lei fu tragica per loro,
perchè come dice un detto” la beltà attrae i ladri più dell’oro”.
Venne il giorno della festa di Castel Petroso
e tra i convenuti c’era un nobile scontroso,
aveva il titolo di Conte di Rovellone
e venne a cavallo di uno stupendo stallone.
Tutti lo ammiravano per la sua eleganza
e molte eran le donne che di sposarlo avevan speranza.
Lui alla bella Sara mise gli occhi adosso,
lei alle sue lusinghe disse “Grazie ma non posso”
Lui si invaghisce, diventa di lei pazzo,
ma lei ribatte “o la smette o chiamo il mio ragazzo”.
Passano i giorni e il Conte si arrovella
come poter conquistare la sua bella.
Ma un brutto giorno decide di aggredirla
e poi senza troppi complimenti di rapirla,
al castello di Rotoscio trasportarla
e tenerla là solo per se senza più lasciarla.
Ma Sara per fortuna riuscì a gridare
e tutti i compaesani uscirono a guardare,
capito ciò che succedeva alla ragazza,
presero chi il forcone, chi il bastone e chi una mazza.
Piero tra i primi accorse per salvar l’amata
ma la scorta del Conte era ben armata.
Piero che era un ragazzo temerario
riuscì lo stesso a raggiungere l’avversario
e il Conte visto che stava andando male
colpisce vigliaccamente Sara con il suo pugnale.
Il fatto suscitò sgomento ed esitazione,
e il Conte e i suoi compagni approfittarono della situazione.
Piero gridando si scagliò contro il Conte il più velocemente
ma si impigliò nelle briglie del cavallo malauguratamente,
il biego Conte come sempre approfittatore
colpisce con tutta la sua forza Piero in mezzo al cuore.
Riuscì quel signore a fuggire correndo per il sentiero
mentre il cielo si scurisce e diventa sempre più nero.
I giovani ragazzi perirono sul prato
tenendosi la mano in un gesto disperato.
I compaesani commossi e sconfortati
vollero ricordare per sempre i due innamorati
e da quella vicenda per loro tanto amara
al paese oggi è dato il nome di Pierosara.
Il castello di Rotossa (oggi Rotoscio) in parte restaurato si trova su un’altura nelle vicinanze del paese di Castellano (Serra San Quirico - Ancona). Si dice che di notte il castello sia infestato da fantasmi. Possedimento dei Conti di Rovellone , fu spodestato nel XIV secolo dal cardinale Albornoz e passò in seguito agli Stelluti – Scala.
Chi dalla costa adriatica giunge alle grotte di Frasassi , può osservare su un’altura un’antica torre di guardia di origine longobarda. Il paesino, che oggi si chiama Pierosara, è formato da alcune abitazioni e qualche ristorantino.Un tempo lontano però era una roccaforte di notevole importanza strategica. La fondazione avvenne sicuramente prima dell’anno mille. Nella vicina Abbazia di San Vittore sono stati trovati numerosi reperti appartenuti agli antichi romani. Due tronchi di colonne romane si trovano sotto l’arco della porta del castello di Pierosara, furono portati qui dalla vicina San Vittore, in una delle due colonne è presente un’incavatura usata come acquasantiera, e quindi era posta all’ingresso dell’Abbazia. Il paese un tempo chiamato Castrum Petrosum (Castello Petroso) era posizionato tra la confluenza dei fiumi Sentino ed Esino, e aveva anche l’accesso alla valle del fiume Misa, che giungeva fino al mar Adriatico. Durante la lotta tra Longobardi e Bizantini qui vi era un Castaldato di Castello Petroso. Grazie allo studio del Prof. Virgilio Villani sappiamo che due diplomi datati 981 e 996 attestano la presenza dei longobardi del ducato di Spoleto. Nel 1053 in un documento di Fonte Avellana si deduce il passo “…iusta territorio Castellu Petrosu…” Nel 1209 troviamo invece in un documento di San Vittore la frase “…ecclesia Santi Victoris et vadit per viam que pergit ad Plarosariam…” Qui compare il nuovo nome che in un documento (n. 602) di San Vittore del 1311 si trasformerà in “…at versus Perosariam…”
La leggenda di Piero e Sara , se avesse un fondamento storico sarebbe da collocare tra il 1100 e il 1200 in pieno medioevo.
Ma i Conti di Rovellone chi erano?
La nobile famiglia Gentili , originaria di Serra San Quirico, detti Conti di Rovellone o Revellone, o Rivellone a seconda dei diversi documenti storici. Il nome di Rovellone deriverebbe dal vocabolo rovello o rovo ma secondo alcuni studiosi è probabile che fosse il soprannome di qualche rappresentante della famiglia, in ogni caso lo stesso nome indica il monte dove era la dimora dei conti.
Già nel 1199 una Bolla di Papa Innocenzo III riconosce i possedimenti di Rotoscio ai conti di Rovellone. La dimora dei conti costruita sulla cima dell’omonimo monte situato nelle vicinanze della Gola della Rossa, oggi è formata da pochi resti, il borgo posto nella località detta Falaschi oggi è completamente scomparso. A cavallo dei secoli X-XII i Conti di Rovellone controllavano numerosi territori della zona , ma con Corrado di Gentile nel 1200 il fondo divenne il più potente dell’alto esino. Con la sua morte avvenuta nel 1305 si aprì una grossa disputa sulla sua successione che coinvolse anche Jesi e Fabriano. La pace avvenne dopo 5 anni e confermata nel 1318 dietro pagamento in denaro agli eredi di Corrado di Gentile e la divisione dei vari territori tra Fabriano e Jesi.
Ai conti Rovellone è associata una leggenda e un tesoro.
Si racconta chi i Conti possedevano un fantastico tesoro formato da una campana d’oro e una chioccia d’oro con 5 pulcini anch’essi d’oro. Ma un terribile temporale fece precipitare il magnifico bottino dentro una buia grotta sottostante il monte Rovellone vicino alla località di Castelletta.
Alcuni giovani intrepidi provarono a recuperare il tesoro ma si dice che venissero colpiti da pietre lanciate dal diavolo in persona, unico guardiano del luogo. Fuori da questa grotta vi sarebbe impressa un’orma di piede. Vi era la tradizione che quando un fanciulla poggiava il suo piede sopra all’orma, se questa combaciava perfettamente, la giovane sarebbe convolata a nozze entro l’anno.
Torre medievale di Pierosara (Genga – Ancona)
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